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Intervista a Pino Signoretto sulla situazione del Vetro a Murano
Thursday 18 December 2008

«Nel mondo sono considerato un maestro, uno dei più importanti, ma a Murano questo non fa differenza: anche la mia fornace è a rischio di chiusura, come tutte le altre».
È uno sfogo amaro, quello di Pino Signoretto, probabilmente il maestro vetraio attualmente più conosciuto. Le sue opere sono esposte nei maggiori musei di arte moderna del pianeta, ma non in quello del vetro di Murano , il luogo in cui vive da quando era bambino e che ha deciso, nonostante tutto, di non abbandonare per seguire facili tentazioni. Con il vetro egli riesce a fare qualsiasi cosa e la fa così bene da ingannare gli occhi più esperti. Qualche mese fa, un po' per scherzo, aveva realizzato un gabbiano in vetro e lo aveva messo sopra una palina in laguna. Ebbene, è rimasto lì per 15 giorni senza che nessuno lo toccasse tanto sembrava autentico. L'ultima sua impresa, immortalata in uno splendido libro di immagini, è stata la riproduzione di una Leica, la leggendaria macchina fotografica.

Il vetro artistico di Murano è molto ricercato e molti pezzi hanno quotazioni da capogiro, eppure nell'isola il posto di lavoro è a rischio, così come l'esistenza di fornaci aperte da molte generazioni. Possibile che sia solo la concorrenza spietata dei cinesi? Oppure la crisi viene da più lontano?

«Dico solo una cosa: se la città vuole ammazzare Murano basta che continui come sta facendo oggi. La stessa scuola del vetro così come è non serve a niente: sono i maestri che devono insegnare e quello nessuno ce lo ha chiesto. E poi, tutte queste norme che hanno sovraccaricato le aziende di costi. Signori, siamo al capolinea».

Non è anche questione di mancanza di idee nuove?

«I giovani oggi sono un po' paurosi, mancano di audacia. Fare bicchieri non è facile, ma neanche estremamente difficile, fare lampadari è molto redditizio. Poi quando uno crea una cosa nuova, tutti lo copiano. Anch'io prima di crescere ho copiato quello che faceva il mio maestro, ma poi mi sono staccato e ho assunto la mia personalità. Oggi Murano è piena di negozi come Venezia, che non vendono nessun vetro fatto a Murano , perché la produzione sta calando e poi perché la merce cinese costa pochissimo. Un bicchiere costa un centesimo, ma vi pare?».

Ma voi potreste competere a questi livelli?

«Potremmo, se lo volessimo, lavorando sodo, perché qui una volta si faceva di tutto, dalle fiale per medicinali alle lampadine. Io stesso, a dieci anni rimasi estasiato mentre ne soffiavano una. Il marchio non sta funzionando perché è stato per troppo tempo alla portata di tutti. È tempo invece di imporre ai negozi di Murano e di Venezia di comperare almeno l'80 per cento della produzione dell'isola. Non si può rovinare il nome di Murano vendendo in realtà vetro cinese. Che lo scrivano chiaramente. Le caramelle, i fermacarte, i pagliacci sono nati a Venezia e bisogna obbligare chi vende vetro almeno qui a vendere Murano . È la cultura da formare completamente e, per questo, bisognerebbe portare nelle scuole la conoscenza del vetro almeno a Venezia, rendere obbligatoria la lettura di un libro sul vetro , e poi portare i maestri che vanno in pensione a fare lezione. Ce ne sono molti che sarebbero felici di farlo. È importante che i nostri bambini capiscano questa tradizione, ma bisogna cominciare presto».

Gli stessi maestri non si potrebbero esibire nei mercatini di Natale?

«Magari, ma nessuno ce lo chiede. Sono andato in Friuli, a una festa, a lavorare il vetro . Qui a Venezia nessuno me lo ha chiesto. Siamo allo sbando. Quando vado in America sono considerato il padreterno, mi pare di vivere un sogno. Mi farebbero ponti d'oro perché mi stabilissi lì. Qui nessuno me lo chiede, eppure sarei disposto a farlo gratuitamente».

Forse in Italia il vetro non è molto considerato come arte.

«In America ogni due anni in una città diversa si riuniscono tutti i più grandi del vetro per una fiera mercato in cui si trova di tutto e c'è un confronto tra i protagonisti. A Venezia non è mai stato fatta una cosa del genere, non c'è neanche una Fiera, come a Vicenza accade invece per l'oro. A Murano c'è un museo importante, ma le opere mie e quelle di altri maestri del Novecento non ci sono. All'estero invece sì. Mi rifiuto di accettare il principio secondo il quale nessuno è profeta in patria. Però, del cavallo di tre metri che ho fatto io, se fosse stato fatto in America ne avrebbero parlato tutti».

Murano sta soffrendo per calo di vendite o per i costi?

«È questione di costi, e poi le banche non ci danno più un aiuto. Io vendo il bicchiere oggi e prendo i soldi tra un mese, per questo ho bisogno di una banca che mi sostenga. A noi servono i soldi per coprire la cassa, mentre le banche ci stanno uccidendo. Io pago 12mila euro al mese di gas e sono piccolo, c'è chi ha una fornace enorme che ne paga 70mila. Pago d'affitto 5mila euro al mese, per non parlare di stipendi, 25mila euro al mese. Quando ero ragazzo i maestri avevano tre-quattro case. Oggi non è più così. Potevo scappare via tanti anni fa, quando ero scapolo. Per andare negli Stati Uniti mi avevano proposto di insegnare a 60mila dollari al mese e tutto pagato, oltre alla possibilità di fare ciò che volevo. Ma io volevo restare a Murano . Ora, ripensandoci, mi mangerei le dita».

C'è ricambio generazionale?

«È un altro problema storico. Quasi nessuno tra i figli dei maestri vuol continuare questa strada. Prendiamo Caramea, il più grande nel campo dei bicchieri, riesce a farli sottili come un foglio di carta. Suo figlio è un grande avvocato e guadagna molto più di lui».

Articolo tratto da "Il Gazzettino" , Michele Fullin

 
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© 2010 The Art of Murano Glass - VENIXE - L'arte del Vetro
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